Google trattiene le risposte che prima portavano ai giornali

Google trattiene le risposte che prima portavano ai giornali

Le risposte AI di Google stanno riducendo drasticamente il traffico ai siti di notizie, con ABC News che ha perso il 64% di visite a febbraio 2026.

Il traffico verso i siti di notizie cala del 26% dopo il lancio delle risposte generate dall’intelligenza artificiale

Prova a immaginare questa scena: cerchi su Google le ultime notizie su un evento, e Google ti risponde direttamente, con un bel riepilogo generato dall’intelligenza artificiale, senza che tu debba cliccare su niente. Comodo, no? Dipende da dove stai seduto. Se sei un lettore, forse sì. Se sei una redazione giornalistica, quella scena ti fa venire i brividi. Secondo l’analisi di Press Gazette basata su dati Similarweb, le visite ad ABC News a febbraio di quest’anno sono crollate del 64% rispetto allo stesso periodo del 2025, scendendo a soli 18,9 milioni. Un numero che, per uno dei marchi giornalistici più noti d’America, suona come un campanello d’allarme difficile da ignorare.

Il crollo silenzioso di un gigante

ABC News non è un caso isolato. Sempre a febbraio, ben 30 dei 50 siti di notizie più visitati negli Stati Uniti hanno registrato cali di traffico a doppia cifra rispetto all’anno precedente. Non stiamo parlando di testate di nicchia o blog semisconosciuti: stiamo parlando del cuore dell’informazione digitale americana. Il traffico non è sparito nel nulla, si è semplicemente fermato su Google, assorbito da quei riquadri di risposta automatica che l’azienda ha iniziato a mostrare sempre più spesso.

In parallelo, il Washington Post — uno dei giornali più prestigiosi al mondo — ha chiuso il 2025 con le perdite del Washington Post che hanno superato i 100 milioni di dollari, una situazione che a inizio febbraio di quest’anno ha portato a licenziamenti di massa. La crisi finanziaria di una testata così simbolica è il segnale che qualcosa di strutturale sta cambiando, e in fretta.

L’effetto domino dell’AI

Per capire cosa sta succedendo, bisogna tornare al maggio 2024, quando Google ha lanciato ufficialmente AI Overviews — quella funzione che genera risposte sintetiche direttamente nella pagina dei risultati di ricerca. Da allora, stando a l’analisi di Similarweb sul traffico verso i publisher digitali, il traffico organico verso i siti di notizie è calato del 26%. Non in un anno di crisi economica, non per uno scandalo editoriale: semplicemente perché l’AI ha imparato a rispondere al posto dei giornali.

Il meccanismo è più sottile di quanto sembri. Pensa ai motori di ricerca come a un imbuto: le persone cercano, cliccano, arrivano sul sito. Ora quell’imbuto ha un filtro nuovo, e una fetta crescente delle domande degli utenti viene intercettata prima ancora che diventino visite. A maggio 2025, secondo l’analisi di Digiday sui termini di ricerca dei grandi publisher, 40 dei 100 principali termini di ricerca che portavano traffico al sito di People attivavano già un riquadro AI Overviews. Per il Daily Mail, quel numero era 32. Non sono percentuali trascurabili: sono parole chiave strategiche, quelle che un editore presidia con cura per attirare lettori.

Il contrasto con chi sta crescendo rende il quadro ancora più netto. The Sun, il tabloid britannico, ha registrato a febbraio la crescita più alta tra i 50 siti analizzati per il secondo mese consecutivo: visite su del 42%, a quota 30,7 milioni. E già a dicembre 2025, Men’s Journal aveva registrato un incremento del 184% su base annua, arrivando a 19,5 milioni di visite. Non è un caso: questi siti puntano su contenuti di intrattenimento e lifestyle che l’AI fatica a sintetizzare in modo soddisfacente, e che spingono comunque gli utenti a cliccare. Le notizie tradizionali, invece, si prestano perfettamente ad essere “riassunte” da un algoritmo. E questo le penalizza doppiamente.

La corsa per sopravvivere

Di fronte a questa pressione, gli editori non stanno semplicemente ad aspettare. Alcune risposte vengono proprio dall’AI, ma giocata in modo diverso: OpenAI ha stretto accordi con gli accordi di OpenAI con gli editori, arrivando a oltre 20 publisher diretti e portando la propria tecnologia a più di 160 testate giornalistiche in tutto il mondo. L’idea è semplice: se non puoi battere l’AI, integrarla nel tuo modello, usarla per produrre o distribuire contenuti invece di subirla come concorrente.

Sul fronte opposto, c’è chi scommette sul valore percepito dell’informazione di qualità. La BBC ha lanciato un paywall per gli utenti statunitensi — un abbonamento a 8,99 dollari al mese o 49,99 dollari all’anno — che secondo il lancio del paywall statunitense della BBC darà accesso illimitato agli articoli, alle storie di approfondimento e allo streaming 24 ore su 24 del canale BBC News. È una scommessa: convincere le persone a pagare per qualcosa che Google distribuisce gratis in forma condensata. Ma se il brand è abbastanza forte, potrebbe funzionare.

Il punto è che non esiste una soluzione unica. C’è chi punta sull’intrattenimento, chi sulle partnership con le piattaforme AI, chi sul paywall. E probabilmente nessuna di queste strade da sola sarà sufficiente. Il futuro dell’informazione digitale si sta riscrivendo adesso, a colpi di algoritmi e abbonamenti. Tenete d’occhio come gli editori continueranno a muoversi nei prossimi mesi: la partita per la vostra attenzione — e per i loro conti in banca — è appena cominciata.

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