Google non prende commissioni sul suo nuovo carrello

Google non prende commissioni sul suo nuovo carrello

Google lancia Universal Cart, carrello unico senza commissioni, ma il guadagno sta nei dati dello Shopping Graph e in Google Wallet.

Servizio gratuito per i commercianti, basato su 60 miliardi di inserzioni e portafoglio digitale.

C’è un dettaglio che, a leggerlo bene, è il più interessante dell’intera operazione: Google dice di non voler prendere alcuna percentuale sugli acquisti. Lo scorso 15 ottobre l’azienda ha annunciato che Universal Cart è disponibile negli Stati Uniti su Google Search e nell’app Gemini. È un carrello unico che attraversa negozi diversi, da Nike a Walmart, e chi lo ha costruito sostiene di non volerci guadagnare sopra. Un servizio gratuito per i commercianti, insomma. Ma se il prezzo non è una commissione, viene da chiedersi quale sia.

Il carrello che non chiede nulla

I fatti, intanto. Nella definizione di Google, Universal Cart è un carrello «intelligente» e il nuovo centro dell’esperienza di acquisto sulle sue piattaforme. Il checkout semplificato funziona con commercianti come Nike, Sephora, Target, Ulta Beauty, Walmart, Wayfair e molti negozi che usano Shopify. Il giorno dopo l’annuncio, il sito specializzato Digital Commerce 360 ha sottolineato che il servizio ha già il sostegno di numerosi rivenditori, citando tra gli altri Ulta Beauty, Walmart, Wayfair e una parte dei commercianti Shopify. Non è un esperimento con due o tre partner di prova: Google arriva con una rete commerciale già pronta.

Poi c’è la questione dei soldi. Già nella presentazione iniziale del progetto, Google aveva fatto sapere che non ha intenzione di trattenere una quota sugli acquisti. È una scelta che rassicura i commercianti e che toglie un argomento a chi teme un nuovo pedaggio sul commercio online. Ma un’azienda che vive di pubblicità e di dati raramente regala qualcosa senza un motivo. Per capire dove stia il guadagno bisogna smettere di guardare la transazione e guardare cosa c’è sotto il carrello.

Sessanta miliardi di inserzioni e un portafoglio

Sotto ci sono due infrastrutture che Google possiede già, e che nessun concorrente può replicare in poco tempo. La prima è lo Shopping Graph: secondo l’azienda, Universal Cart poggia su oltre 60 miliardi di inserzioni di prodotti aggiornate di continuo. È, in sostanza, una mappa di cosa si vende, dove e a che prezzo, alimentata in tempo reale. Un carrello costruito su una base del genere non si limita a contenere oggetti: sa cosa esiste, cosa conviene e cosa si può proporre in alternativa.

La seconda infrastruttura è più delicata. Universal Cart è costruito su Google Wallet e, nelle parole dell’azienda, «comprende i vantaggi delle carte» e può aiutare «in modo intelligente» a scegliere tra i metodi di pagamento. Detto altrimenti, il carrello conosce le carte che teniamo nel portafoglio digitale e suggerisce con quale pagare. È una comodità, certo. Ma è anche un punto di osservazione privilegiato sulle nostre abitudini finanziarie, e un’influenza diretta su un momento che finora restava tra cliente, negozio e banca. Chi orienta la scelta della carta ha in mano una leva che vale molto più di una piccola percentuale: e qui le domande per i regolatori, dalla tutela dei dati personali alla concorrenza tra metodi di pagamento, vengono da sole.

Il lancio, poi, non è arrivato all’improvviso. Il carrello era stato mostrato in anteprima al Google I/O di maggio 2026, la conferenza annuale per sviluppatori. Allora, come riportava TechCrunch nel raccontare la presentazione, la tabella di marcia indicata da Google prevedeva un debutto negli Stati Uniti, l’arrivo nell’app Gemini durante l’estate e, in un secondo momento, YouTube e Gmail. L’annuncio di ottobre parla di Search e Gemini; YouTube e Gmail restano per ora sullo sfondo. Ma l’ambizione dichiarata è chiara: seguire l’utente lungo tutto il percorso di acquisto, dal video che fa nascere un desiderio alla mail di conferma dell’ordine. Perché proprio ora? Perché il commercio dentro gli assistenti conversazionali è il terreno su cui si gioca la prossima partita, e altri ci hanno già provato. Con risultati meno brillanti del previsto.

Dove gli altri si sono inceppati

Trasformare un chatbot in un negozio si è rivelato più difficile di quanto sembrasse. Quando CNBC ha raccontato come OpenAI ha ripensato l’esperienza di acquisto in ChatGPT, l’elenco dei problemi emersi era lungo: convincere i commercianti ad aderire, mostrare dati accurati sui prodotti, introdurre carrelli con più articoli, collegare i programmi fedeltà. Sono esattamente gli ingranaggi che fanno funzionare un negozio, e senza i quali un assistente resta un consulente che a un certo punto deve rimandarti altrove.

Il contrasto con Google è evidente. I commercianti ci sono già, dai grandi marchi ai negozi Shopify. I dati sui prodotti sono quei 60 miliardi di inserzioni che l’azienda aggiorna da anni. Il carrello con più articoli è il cuore stesso del servizio, e il portafoglio con le carte è già integrato. Quello che per altri è stato un ostacolo, qui sembra risolto in partenza: non per merito di un’idea più brillante, ma per la semplice forza di ciò che Google possedeva prima ancora di cominciare. È proprio questo il genere di vantaggio che le autorità antitrust tendono a osservare con attenzione, quando una posizione forte in un mercato, la ricerca, viene usata per conquistarne un altro.

Resta allora il dubbio da cui si era partiti. Un carrello che non chiede commissioni, ma vede ogni prodotto, ogni negozio e ogni carta nel portafoglio, è davvero un servizio neutrale? Quando l’assistente che ti consiglia cosa comprare è anche il carrello in cui lo metti e il portafoglio con cui lo paghi, la domanda non è più quanto costa il servizio. È chi decide, davvero, cosa finisce nel carrello. E se, rinunciando alla percentuale, Google non abbia scelto il modo più elegante per diventare l’intermediario da cui non si può più prescindere.

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