Amazon ha promesso la pubblicità conversazionale per il 2027
Amazon promette pubblicità conversazionale con conversioni in aumento, ma i lanci slittano al 2027 mentre Google sperimenta formati con Gemini.
Nuovi formati conversazionali dal 2026-2027, Google testa già Gemini.
Nei giorni scorsi, Amazon ha scelto di aprire unBoxed 2026 non con un prodotto, ma con un numero. Quasi il 20% degli acquirenti che interagiscono con un prompt di Sponsored Brands continua la conversazione su quel brand, secondo i primi test raccontati da Amazon Ads. E se quel dato non bastasse, arriva la cifra che il colosso vuole far pesare: chi clicca su un prompt sponsorizzato converte il 48% in più e spende in media il 21% in più, come ha dichiarato il CEO Andy Jassy durante la call sugli utili del secondo trimestre, secondo quanto riportato da Storyboard18. Ma se il futuro della pubblicità è conversazionale, chi sta davvero parlando: il cliente o l’algoritmo di Amazon?
Il 48% che Amazon vuole far pesare
A unBoxed 2026, Amazon ha scelto di aprire con un numero, non con un prodotto. Il dato del 20% che continua la conversazione e il +48% di conversione raccontano una storia semplice: l’assistente conversazionale non è più un assistente, è un canale pubblicitario di massa. Amazon lo sa, e lo sta vendendo bene. Un numero che, preso da solo, sembra chiudere ogni discussione: se chi conversa compra di più, allora ogni brand dovrebbe voler conversare. Ma il presente misurabile non dice nulla sul futuro. E se il presente è già misurabile, il futuro resta appeso a una data.
Annunciare oggi, lanciare domani (mentre Google corre)
Eppure, dietro quei numeri c’è un calendario che non torna. Già nel novembre 2025, Amazon aveva introdotto Sponsored Products prompts e Sponsored Brands prompts in open beta. E lo scorso maggio aveva già unificato Rufus e Alexa+ in Alexa for Shopping, permettendo ai clienti di porre domande direttamente nella barra di ricerca principale di Amazon. In altre parole, una parte dell’infrastruttura conversazionale è già in produzione da mesi. La domanda nella barra di ricerca non è più un esperimento: è un canale attivo.
Ma al momento dell’annuncio, le vere novità non sono disponibili. Review Requests arriverà a novembre 2026. Branded Conversations solo a gennaio 2027. Tra l’annuncio e il lancio passano settimane, mesi. Nel frattempo Google ha già iniziato a sperimentare nuovi formati pubblicitari basati sui modelli Gemini all’interno della Search e della modalità AI, come si legge nel blog ufficiale dello scorso maggio. Il competitor non sta annunciando: sta correndo. Il problema non è solo chi arriva prima, ma cosa resta da presidiare quando il ritardo si misura in mesi.
Perché allora Amazon sceglie di scoprire le carte adesso? La risposta, forse, non è tecnologica ma commerciale: congelare i budget degli inserzionisti, dire loro “non spostate nulla, stiamo arrivando”. Ma il rischio è evidente: anticipare il mercato senza presidiarlo. E se Amazon arriva dopo Google, cosa le resta da vendere? Forse la fiducia.
Recensioni a pagamento? Il confine che Amazon non nomina
Ed è proprio la fiducia il vero prodotto in gioco. Secondo un Local Consumer Review Survey di BrightLocal, il 97% degli acquirenti si affida alle recensioni per orientare i propri acquisti. E nei primi test, i prodotti che utilizzavano Review Requests hanno ricevuto circa tre volte più valutazioni e recensioni ogni settimana. Tre volte più recensioni. Il 97% che si fida. Il confine non è mai stato così sottile.
Amazon non lo nomina, ma la domanda è inevitabile: quanto di quelle recensioni è autentico e quanto è, di fatto, un annuncio ben camuffato?
Se il 97% degli acquirenti si fida delle recensioni, e Amazon ti offre uno strumento per stimolarne tre volte di più, chi garantisce che la prossima recensione non sia solo un annuncio ben mascherato?