Amazon ha quasi azzerato il suo tesoretto
Amazon vede il free cash flow crollare a 1,2 miliardi nonostante ricavi record, a causa di investimenti massicci in AI e infrastrutture.
Amazon brucia liquidità per 200 miliardi in infrastrutture AI e cloud, scommettendo tutto su Anthropic
C’è un numero nei risultati ufficiali del Q1 2026 che non torna, e che nessuno sembra voler commentare troppo a lungo. Nel primo trimestre, Amazon ha dichiarato vendite nette per 181,5 miliardi di dollari, un aumento del 17% rispetto all’anno precedente. AWS ha generato da sola 37,6 miliardi di ricavi, con una crescita del 28%. Il reddito operativo del segmento cloud ha raggiunto 14,2 miliardi di dollari. Tutto bene, tutto in crescita. Poi si arriva alla voce “free cash flow” — il flusso di cassa libero, quello che un’azienda può effettivamente usare, distribuire, reinvestire — e si scopre che negli ultimi dodici mesi terminati il 31 marzo 2026 è sceso a 1,2 miliardi di dollari. Non di trimestre: di anno. Una delle aziende più grandi del mondo, con ricavi superiori a 700 miliardi annualizzati, ha in pratica un residuo di cassa libera che molte medie imprese europee considererebbero ordinaria amministrazione.
Il paradosso della crescita
Il dato non è inspiegabile. Amazon stessa, nei documenti ufficiali, lo attribuisce a un aumento anno su anno di 59,3 miliardi di dollari negli acquisti di proprietà e attrezzature. Significa che la società sta comprando — o costruendo — qualcosa a ritmo forsennato. Data center, infrastrutture, hardware per l’intelligenza artificiale. La domanda è: quanto può reggere questo ritmo? Perché il paradosso è preciso: più Amazon cresce in termini di ricavi, più sembra prosciugare la propria liquidità. E non si tratta di un trimestre anomalo: il trailing twelve months copre un anno intero. I soldi entrano, e quasi tutti escono. Dove vanno?
Una risposta parziale arriva dai piani di spesa 2026: Amazon ha annunciato investimenti in conto capitale per 200 miliardi di dollari nell’anno fiscale in corso, con focus principale su AWS. Duecento miliardi in un anno solo. Per contestualizzare: è più del PIL annuale di molti paesi europei. È una scommessa enorme sull’intelligenza artificiale e sul dominio dell’infrastruttura cloud. Ma è anche una scommessa che, per definizione, consuma liquidità nel presente sperando in ritorni futuri. E il futuro, in tecnologia, non è mai garantito.
Chi ci guadagna?
Se il denaro non resta in cassa, si può seguire la pista. Una parte consistente finisce in Anthropic, la startup di intelligenza artificiale che Amazon ha trasformato nel suo cavallo di Troia nel settore AI. Secondo i dati disponibili, l’investimento complessivo di Amazon in Anthropic ha già raggiunto 13 miliardi di dollari, con la possibilità di arrivare a 25 miliardi includendo gli impegni futuri. La valutazione di Anthropic, intanto, è stata fissata a 380 miliardi di dollari — una cifra che dice molto sulle aspettative, e forse meno sulla realtà attuale. In cambio, secondo l’accordo Amazon-Anthropic, la startup si è impegnata a spendere più di 100 miliardi di dollari in tecnologie AWS nei prossimi dieci anni. È una struttura circolare: Amazon finanzia Anthropic, Anthropic paga Amazon, Amazon reinveste. Funziona finché tutti crescono. Se uno dei due inciampa, l’altro sente il contraccolpo.
Poi c’è Globalstar. La scorsa settimana Amazon ha annunciato la pianificata acquisizione dell’operatore satellitare, con l’obiettivo di potenziare Amazon Leo e aggiungere servizi diretti ai dispositivi. Il comunicato ufficiale precisava che Amazon Leo alimenterà anche i servizi satellite per iPhone e Apple Watch. È un’espansione verticale aggressiva: Amazon entra nello spazio fisico delle telecomunicazioni satellitari, si aggancia all’hardware Apple, e costruisce un’infrastruttura che va ben oltre il cloud computing tradizionale. Chi ci guadagna, ancora una volta, è chi costruisce l’infrastruttura. Ma chi paga sono gli azionisti che vedono il free cash flow a 1,2 miliardi.
Il rischio normativo
Con AWS al 28% del mercato globale dei servizi di infrastruttura cloud nel primo trimestre 2026 — secondo il confronto trimestrale tra cloud provider — e con una crescita del 28% anno su anno, Amazon detiene una posizione che i regolatori antitrust europei e americani hanno tutto l’interesse a osservare con attenzione. Non è solo la quota di mercato, in sé, a preoccupare. È la struttura degli investimenti: Amazon è al tempo stesso infrastruttura (AWS), cliente di quella infrastruttura (attraverso le sue divisioni retail e media), e finanziatore di chi usa quella infrastruttura (Anthropic). Questo tipo di integrazione verticale è esattamente ciò che le autorità antitrust, in Europa e negli Stati Uniti, stanno cercando di definire e regolamentare.
Il confronto con quanto sta accadendo altrove nel cloud, come emerge dal report sui risultati cloud Q1 2026, mostra che Google Cloud e Microsoft Azure crescono anch’esse a ritmi sostenuti. Ma nessuna delle due ha costruito un legame così stretto e così costoso con un singolo partner di intelligenza artificiale. La posizione di Amazon è, in un certo senso, unica: ha scelto di concentrare miliardi su un’unica scommessa AI, Anthropic, invece di diversificare. Questa scelta ha un vantaggio — la profondità dell’integrazione tecnica — e uno svantaggio molto concreto: se Anthropic deludesse le aspettative, o se i regolatori decidessero che il rapporto Amazon-Anthropic costituisce una forma di distorsione del mercato, l’intero castello di carte si incrina.
E qui si apre la domanda che nessuno vuole formulare apertamente: Amazon sta diventando troppo grande e troppo integrata per essere regolamentata in modo efficace? Con 200 miliardi di capex pianificati, con accordi pluridecennali che legano i suoi principali partner all’infrastruttura AWS, con acquisizioni satellitari che toccano Apple e le reti di telecomunicazione, Amazon non è semplicemente un’azienda tecnologica che cresce. È un’infrastruttura critica globale che si autofinanzia comprimendo la propria liquidità. Il free cash flow a 1,2 miliardi non è un segnale di crisi — Amazon ha riserve enormi. Ma è un segnale di scelta: questa società ha deciso di consumare quasi tutto ciò che guadagna per dominare il futuro. La vera domanda è chi, alla fine, potrà o vorrà mettere un limite a questa espansione. E se nessuno lo farà prima che il debito di questa scommessa — finanziario, normativo, sistemico — diventi troppo grande da ignorare.