Google ha punito chi ha usato i suoi stessi strumenti
Google riattiva una policy del 2013 contro il back button hijacking, ma il problema è causato dai suoi strumenti AI. Sanzioni dal 15 giugno.
Google punisce il back button hijacking con una policy del 2013, ma è la sua stessa AI a generare il
Google ha appena rispolverato una policy del 2013 per punire il back button hijacking. Peccato che siano stati i suoi stessi strumenti AI a creare il problema. Un paradosso che sa di trappola, e gli inserzionisti sono dentro fino al collo.
La Final URL Expansion permette all’intelligenza artificiale di riscrivere in tempo reale la destinazione finale di un annuncio. Il sistema genera reindirizzamenti automatici che alterano la cronologia di navigazione del browser. Risultato? Quando l’utente preme “indietro”, non torna alla pagina precedente, ma resta intrappolato in un loop.
Colpa dell’inserzionista? No, colpa dell’automazione forzata di Google.
Il meccanismo della trappola
Il 13 aprile Google ha riaperto la pulizia dei contenuti di bassa qualità generati dall’IA, classificando il back button hijacking come violazione della spam policy. Ma la regola rispolverata il 13 aprile penalizza non solo chi manipola deliberatamente il pulsante indietro, ma anche chi lo subisce per negligenza – cioè chi usa AI Max con FUE senza aver verificato manualmente ogni URL. Le sanzioni dal 15 giugno colpiranno indiscriminatamente: colpevoli e vittime.
E non c’è scampo. Le campagne Dynamic Search Ads migreranno automaticamente a AI Max senza possibilità di rifiuto. Nessun opt-out formale esiste per AI Max. Google ha costruito un sistema in cui l’unica via d’uscita è non fare pubblicità.
La doppia faccia di Google
L’azienda ha lanciato la Final URL Expansion che penalizza anche per negligenza, e il 13 aprile ha riaperto una vecchia regola dello spam per sanzionare il back button hijacking. Google ha definito il back button hijacking una violazione della spam policy. Ma chi ci guadagna? L’ecosistema pubblicitario, già sotto la lente dei regolatori europei, rischia un ulteriore scossone: il GDPR potrebbe vedere in questa doppia imposizione una pratica scorretta di trattamento dei dati degli utenti, mentre l’antitrust potrebbe chiedersi perché un’azienda costringa i clienti a usare strumenti che li mettono in condizione di violare le proprie regole.
L’introduzione del il journey-aware bidding – anticipato a novembre 2025 in test analizzati da Search Engine Land – mostra la direzione: Google vuole sempre più controllo end‑to‑end. E intanto prepara le manette.
Chi pagherà il conto?
Il 15 giugno le sanzioni diventano effettive. Non importa se hai impostato AI Max in buona fede, se hai creduto che l’automazione fosse sotto controllo. Google ti punirà per un bug che ha creato lei stessa. Perché proprio ora? Forse per spazzare via gli inserzionisti più piccoli, costretti a scegliere tra acquistare traffico “pulito” a costi insostenibili o uscire dal mercato. Una domanda resta sospesa: se la legge europea dovesse chiedere a Google di risarcire i danni, chi pagherà per gli account sospesi ingiustamente?