L’automazione forzata di Google ha creato una trappola per gli inserzionisti
Google riapre una regola contro il back button hijacking, ma a generarlo è la sua Final URL Expansion in AI Max. Sanzioni dal 15 giugno.
Google riapre una vecchia regola anti-spam che colpisce proprio gli effetti dell’AI Max
Google ha riaperto il 13 aprile una vecchia regola delle spam policy per sanzionare il back button hijacking. Le sanzioni partono dal 15 giugno. Peccato che a generare quei reindirizzamenti truffaldini sia proprio la sua ultima creatura: un problema creato da Google. Il paradosso è servito: Mountain View obbliga gli inserzionisti a usare AI Max, e poi li punisce per gli effetti collaterali del sistema.
Il meccanismo è subdolo. La Final URL Expansion (FUE) permette all’IA di riscrivere la destinazione finale di un annuncio in tempo reale. FUE genera reindirizzamenti automatici che alterano la cronologia di navigazione del browser. Risultato: dopo un click su un annuncio Shopping o Travel, l’utente finisce su una landing page diversa da quella promessa, e il tasto Indietro riporta a una pagina intermedia generata dall’automazione. Google stessa lo ha definito back button hijacking: violazione della spam policy. E ha ammesso che gli utenti si sentono manipolati.
La regola rispolverata il 13 aprile non fa distinzioni: penalizza chi manipola deliberatamente il pulsante indietro e chi lo subisce per negligenza, cioè chi usa AI Max con FUE senza verificare manualmente gli URL di destinazione. Sanzioni dal 15 giugno per tutti, colpevoli o vittime.
Chi ci guadagna, chi ci perde
Non è un caso che la migrazione forzata a AI Max sia già in corso. AI Max per lo Shopping diventa obbligatorio da settembre 2026, e le campagne Dynamic Search Ads attive da quindici anni verranno migrate automaticamente a AI Max senza possibilità di rifiuto. Nessun opt-out formale esiste. La stessa storia si ripete su tutte le campagne idonee: automazione forzata Google Meta che decide da sola come spendere il budget.
Nessun opt-out AI Max significa che gli inserzionisti non possono sottrarsi.
Google ha ufficializzato l’addio alla supervisione umana nei pagamenti pubblicitari. E adesso punisce chi usa i suoi stessi strumenti. La domanda sorge spontanea: perché riaprire una regola vecchia proprio ora, quando AI Max sta per diventare l’unica opzione?
Il boomerang dell’intelligenza artificiale
La cronologia è chiara. Il 13 aprile Google ha riaperto una vecchia regola delle spam policy classificando il back button hijacking come violazione. Il 15 giugno le sanzioni back button hijacking diventano effettive. Eppure la stessa azienda ha lanciato la Final URL Expansion, che penalizza anche per negligenza. Una trappola perfetta: più gli inserzionisti adottano l’automazione forzata, più rischiano sanzioni.
Google ammette apertamente che le persone si sentono manipolate e che diventano sempre meno disposte a visitare siti non familiari. Ma la casa di Mountain View non introduce alcun opt-out per AI Max. Anzi, accelera la migrazione obbligatoria di tutte le campagne idonee, numeri Google non tornano – il disallineamento tra dati dichiarati e realtà è ormai evidente.
E i regolatori cosa aspettano?
Il quadro ha implicazioni antitrust e GDPR. Un’azienda che impone un sistema automatizzato e poi sanziona le conseguenze che lei stessa ha creato viola il principio di trasparenza e responsabilità. Le autorità europee hanno già sanzionato Google per abuso di posizione dominante. Qui si aggiunge un elemento di ingiustizia procedurale: l’inserzionista non ha scelta, ma viene comunque punito.
La domanda finale non è retorica: se Google può creare un problema e poi punire chi lo subisce, chi controllerà il controllore?