Google sta chiudendo la sua scatola nera
Google automatizza l'analisi SEO con AI, ma manca trasparenza. Il diritto all'oblio non basta: serve governance unitaria.
Google automatizza l’analisi SEO con l’AI mentre brevetta sistemi per dimenticare dati su richiesta
Google scrive le regole del SEO. Poi le cambia. E non lo dice. Il motore di ricerca più potente del pianeta sta automatizzando l’analisi dei siti web con l’intelligenza artificiale, spinge agenti conversazionali per le imprese, e contemporaneamente brevetta sistemi per dimenticare dati su richiesta. Due movimenti opposti: uno verso l’onnipresenza, l’altro verso l’oblio. Il punto è che manca una governance unitaria.
Il risultato? Un’AI che decide cosa mostrare, cosa dimenticare e cosa penalizzare, senza che nessuno possa davvero verificare il processo.
Prendiamo la Search Console. Fino a ieri era uno strumento tecnico per webmaster, pieno di numeri e grafici da interpretare. Oggi Google ci ha infilato una funzionalità sperimentale basata su AI che permette di descrivere in linguaggio naturale l’analisi che si vuole ottenere. Lo ha spiegato l’azienda durante l’Office Hours giapponese di Google Search, aggiungendo anche le nuove viste settimanali e mensili nel report delle prestazioni. Tradotto: un SEO può chiedere a un chatbot “perché il mio sito è calato?” e ricevere una risposta, senza sapere esattamente su quali dati si basa. La scatola nera si sta chiudendo.
Il paradosso è che Google non si ferma qui. Sta anche vendendo alle aziende strumenti per costruire agenti AI autonomi, i cosiddetti framework agentic RAG per imprese. Il sistema utilizza l’agente di contesto sufficiente per decidere se ci sono abbastanza informazioni per rispondere. Sembra rassicurante? Forse. Ma è lo stesso Google che non dice mai esattamente come funziona il suo core ranking. Chi ci guadagna, qui? Le imprese che pagano per l’infrastruttura cloud. I regolatori, ancora una volta, restano fuori.
Il diritto all’oblio non guarisce la trasparenza
Ecco l’altra faccia della medaglia. Per rispettare il GDPR, Google ha sviluppato un nuovo framework per auditare il machine unlearning, basato su test kernel di divergenza f-divergenza regolarizzata. In parole povere: un metodo per certificare che un modello si è “dimenticato” un dato specifico, come richiesto dal diritto all’oblio. Suona bene, ma è una toppa su un sistema che non è mai stato trasparente. Perché annunciare un controllo sul machine unlearning? Perché i regolatori europei stringono, e Google ha bisogno di mostrare che rispetta le regole. Il machine unlearning per il diritto all’oblio è essenziale, ma non risolve il problema di fondo: chi vigila su ciò che l’AI non dimentica?
Query più lunghe, controllo più corto
Secondo Nikola Todorovic, l’intelligenza artificiale non è una novità nella ricerca, ma è sempre stata dietro le quinte. Oggi emerge in superficie, e le dichiarazioni di Nikola Todorovic lo confermano: con le nuove funzionalità AI, la lunghezza media delle query degli utenti sta crescendo. Le persone parlano più naturalmente ai motori di ricerca. Quindi Google capisce meglio cosa vogliono, e può servire risposte sempre più precise. Ma questa maggiore comprensione è unilaterale. Google sa tutto di noi; noi non sappiamo come ci classifica. Il risultato è un sistema che premia chi si adatta a regole non scritte, e penalizza chi non ha risorse per decifrare l’algoritmo. L’impatto dell’AI sulle query di ricerca è reale, ma la gara è truccata se i criteri restano opachi.
A questo punto la domanda non è se Google riuscirà a bilanciare automazione e conformità normativa. La domanda è: perché dovremmo fidarci di un’azienda che scrive le regole, le cambia in silenzio, e solo quando un regolatore bussa alla porta mostra il manuale delle scuse? Manca una governance, una strategia unitaria che metta sullo stesso tavolo trasparenza, diritto all’oblio e responsabilità. Senza, l’AI di Google resterà una scatola nera. E noi, dentro, a chiederci chi sta girando la chiave.