Google ha chiuso la cache AMP

Google ha chiuso la cache AMP

Google ha chiuso la cache AMP, portando gli utenti direttamente ai siti degli editori e semplificando la manutenzione.

La cache di Google non intermedia più le pagine AMP, semplificando la manutenzione per gli editori

Da inizio luglio, cliccare su un risultato AMP nella ricerca Google non significa più atterrare su un URL con dominio google.com che maschera il contenuto reale. Si finisce direttamente sul sito dell’editore, senza passare dal server di Mountain View. È un dettaglio implementativo, di quelli che di solito finiscono in una riga di changelog e basta — ed è esattamente lì che è finito, annunciato nel changelog ufficiale di Search. Ma quella riga chiude, di fatto, la parentesi del web accelerato secondo Google.

AMP: fine della corsa nella cache

Per capire cosa cambia bisogna ricordare come funzionava prima. Quando un utente cliccava su un risultato AMP, Google non lo mandava al sito originale: lo serviva da una propria cache, un layer intermedio che pre-caricava e distribuiva la versione alleggerita della pagina direttamente dai server di Google. L’URL nella barra degli indirizzi restava un dominio Google, il contenuto no. Funzionava, era velocissimo, ma trasformava Google in un intermediario permanente tra editore e lettore — con tutto ciò che ne conseguiva in termini di controllo su cosa vedeva l’utente e come. Da inizio luglio quel layer è saltato. Come spiega lo stesso changelog, «Google Search sta aggiornando il modo in cui collega gli utenti alle pagine AMP, e ora porterà gli utenti direttamente alle pagine host AMP dell’editore» — cioè al server dell’editore stesso, non più a una copia in cache. Sotto il cofano non è un cambiamento cosmetico: significa che gli editori non devono più preoccuparsi di tenere sincronizzata la cache AMP con l’originale, né configurare i signed exchange, quel meccanismo crittografico che permetteva a Google di servire contenuti di terzi mantenendo l’URL originale visibile all’utente pur passando dal server Google. Il changelog lo mette nero su bianco: il cambiamento «semplifica e riduce gli sforzi di manutenzione per gli editori che creano contenuti AMP, che non devono più aggiornare la cache AMP o configurare i signed exchange». Il segnale era comunque nell’aria da tempo. Già a aprile 2021 Google aveva chiarito che usare AMP non era più un requisito per il carosello Top Stories, aprendo quello spazio a qualsiasi pagina indipendentemente dal punteggio Core Web Vitals. Da allora AMP — nato come progetto nell’ottobre 2015 per risolvere il problema, allora reale, delle pagine mobile lentissime — ha vissuto una lenta perdita di rilevanza, fino a questa rimozione dell’ultimo vero vantaggio competitivo che gli restava: la distribuzione via cache Google. Un progetto pensato per accelerare il web ora rallenta solo la lista delle cose da mantenere per chi lo aveva adottato. Ma AMP è solo l’ultimo tassello di una ritirata più ampia, che sta ridisegnando l’intera esperienza di ricerca.

La lista nera di Google: tutti i formati che spariscono

Oltre a smantellare la cache AMP, Google ha rimosso silenziosamente una serie di altri elementi che definivano l’esperienza di ricerca. Il 7 maggio scorso è toccato al rich result FAQ, quei box con domande e risposte espandibili che comparivano sotto molti risultati: non vengono più mostrati nei risultati di ricerca. A gennaio era già sparito il supporto per il tipo di dato strutturato “practice problem”, pensato per contenuti didattici con esercizi. A novembre 2025 era stata la volta della funzionalità “Follow” in Google Discover, che permetteva di seguire fonti specifiche nel feed. E ad aprile Google ha introdotto una nuova policy antispam contro il “back button hijacking” — la pratica di intercettare il pulsante indietro del browser per impedire all’utente di tornare ai risultati di ricerca, spesso usata per intrappolarlo su pagine di bassa qualità o pubblicità aggressive. Messi in fila, questi interventi non raccontano una serie di manutenzioni scollegate tra loro: raccontano un pattern. Google sta tagliando formati proprietari, funzionalità di nicchia e scappatoie tecniche che negli anni avevano complicato sia il lavoro di chi ottimizza i siti sia l’esperienza di chi cerca. Questa ondata di semplificazioni lascia aperti interrogativi su cosa aspettarsi in futuro per chi sviluppa e ottimizza siti.

Oltre la SEO: cosa cambia per chi sviluppa

Con meno formati proprietari da mantenere, per gli editori si profila un futuro di minore complessità tecnica, ma anche di minore dipendenza dai canali di Google. Chi ha costruito la propria distribuzione mobile attorno ad AMP, ai rich result FAQ o ai dati strutturati “practice problem” ora deve reindirizzare quegli sforzi altrove — ma senza più la necessità di rincorrere specifiche proprietarie che Google può ritirare con un aggiornamento del changelog, come è appena successo. Il paradosso è che, mentre chiude formati proprietari costruiti in casa, Google apre alla convivenza con standard nati fuori dal suo controllo. Il riferimento più concreto è llms.txt, il file proposto da Jeremy Howard nel settembre 2024 come standard aperto per indicare ai modelli linguistici quali contenuti di un sito sono rilevanti da leggere — una sorta di robots.txt pensato non per i crawler tradizionali ma per gli agenti AI. Google non lo ha adottato come requisito, ma nel changelog di giugno ha riconosciuto che mantenere questi file può avere senso per «altri servizi o sistemi» che li utilizzano — un’ammissione implicita che il centro di gravità dell’indicizzazione si sta spostando oltre il perimetro che Google stessa controlla direttamente, verso formati aperti che chiunque può leggere e implementare senza chiedere il permesso a nessuno. È la stessa logica, rovesciata, che ha ucciso AMP: un formato chiuso, gestito da un’unica azienda con la propria cache e le proprie regole, cede il passo a meccanismi più semplici e trasparenti, dove il contenuto vive dove è nato e chi lo consuma — umano o macchina che sia — ci arriva direttamente.

Il futuro della ricerca, insomma, non passa più per formati proprietari da mantenere e aggiornare a ogni capriccio del changelog. Chi costruisce siti oggi farebbe bene a puntare su contenuti accessibili e leggibili sia dagli umani che dalle macchine, senza intermediari di cache o infrastrutture dedicate. È un web più semplice da mantenere, ma anche uno in cui Google smette di essere l’unico tramite tra chi scrive e chi legge.

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