Google non può più punire gli editori che dicono no
La CMA britannica obbliga Google a non penalizzare gli editori che rifiutano l'uso dei contenuti per l'intelligenza artificiale nei risultati di ricerca.
La misura imposta dall’autorità britannica impedisce a Google di declassare chi rifiuta l’uso dei contenuti per l’intelligenza artificiale
Immaginate un quotidiano locale britannico: l’inchiesta che avete pubblicato viene riassunta da un’intelligenza artificiale, senza link, senza lettori. Fino a poco tempo fa rifiutare quell’uso significava rischiare di sparire dai risultati di ricerca. Già dal 3 giugno 2026 non è più così. La Competition and Markets Authority ha imposto a Google un requisito di condotta per gli editori, come ha ricordato l’autorità nel discorso On track di inizio settembre.
Il diritto di dire no (senza ritorsioni)
Per capire cosa è cambiato, serve guardare al vincolo imposto dalla CMA. Il requisito di condotta imposto a Google il 3 giugno 2026 obbliga Google a lasciare che gli editori rinuncino alle funzioni AI e al fine-tuning dei modelli. La novità concreta è la protezione: secondo quanto stabilito dalla CMA, Google non può penalizzare gli editori che scelgono di non partecipare all’AI, il che significa che non può declassare chi rinuncia nei risultati di ricerca generali. Prima accettavi tutto o rischiavi di diventare invisibile; adesso il no è un’opzione reale, non un salto nel vuoto. Ma perché la CMA è arrivata a tanto, e perché proprio adesso?
Il peso della crescita bloccata
Quel diritto non nasce nel vuoto: è il frutto di un regime costruito per riequilibrare i mercati digitali. Il regime britannico di concorrenza nei mercati digitali consente alla CMA di promuovere la concorrenza nei mercati digitali e proteggere consumatori e imprese dalle pratiche sleali delle più grandi aziende tecnologiche. Non tutte le imprese finiscono sotto osservazione, però: solo quelle di dimensioni maggiori che soddisfano una condizione di fatturato — superiore a 1 miliardo di sterline nel Regno Unito o 25 miliardi a livello globale — possono essere designate con Strategic Market Status. E non basta la soglia: serve che la CMA accerti un potere di mercato sostanziale e radicato e una posizione di rilevanza strategica nell’attività digitale pertinente. In pratica, il regime si applica a pochi giganti, ma li guarda da vicino.
E il problema è reale. Le imprese britanniche classificano il potere di mercato dei giganti tecnologici come il secondo maggiore vincolo alla loro crescita, davanti all’accesso ai finanziamenti e ai talenti. Secondo l’IPPR, non è una sindrome da start-up senza capitali: è il peso di piattaforme che decidono visibilità, distribuzione e, sempre più, il modo in cui i contenuti vengono riassunti e consumati. Google non è un caso isolato, insomma, ma il sintomo di un problema strutturale. Mentre Londra consolida il suo approccio, Bruxelles sta giocando la stessa partita con regole diverse.
La partita non finisce qui
Lo sguardo oltre la Manica mostra che la pressione su Google non è un unicum. Lo scorso 16 luglio la Commissione europea ha emesso due serie di misure di specificazione vincolanti nei confronti di Google ai sensi del Digital Markets Act. Le prime mirano a garantire che i servizi di intelligenza artificiale dei concorrenti possano competere con i servizi AI di Google, come Gemini, avendo pari accesso alle funzionalità sui dispositivi Android di Google. E a Londra il fronte è ancora più ampio: la CMA ha già tre requisiti formali di condotta in vigore su Google nella ricerca, ha visto entrare in vigore il 1° aprile 2026 gli impegni concordati con Apple e Google su revisione degli app store, ranking delle app e uso dei dati, e ha avviato un’indagine formale sullo status di mercato strategico nell’ambito del software aziendale di Microsoft.
Il punto non è se gli editori useranno il nuovo diritto, ma se questo basterà a restituire loro una vera capacità di scelta. Occhio alle prossime mosse: l’indagine su Microsoft e le misure europee diranno se il 2026 è l’anno in cui la regolazione ha smesso di rincorrere.