Cloudflare e OpenAI hanno stretto un accordo
Cloudflare e OpenAI annunciano un accordo per migliorare la ricerca AI, mentre il traffico bot supera quello umano sul web.
Cloudflare vende protezione dai bot e al tempo stesso alimenta i crawler di OpenAI
Il 57,5% di tutte le richieste HTTP dirette a contenuti HTML non arriva da un essere umano che clicca un link. Arriva da un bot. Gli umani, secondo il dato di Cloudflare Radar, sono ormai una minoranza del traffico web reale: il 42,5%. Mentre negli ultimi mesi il dibattito pubblico si è concentrato sull’AI che minaccia posti di lavoro, si è persa una notizia più silenziosa e forse più decisiva: il web, inteso come luogo dove le pagine vengono lette da persone, è già un territorio in larga parte automatizzato. Ed è in questo scenario che nei giorni scorsi Cloudflare e OpenAI hanno annunciato un accordo presentato come un passo avanti per la qualità dell’informazione online. Ma la domanda giusta, davanti a un annuncio del genere, non è mai “cosa promette” bensì “a chi conviene”.
Benvenuti nel web dei bot
L’operazione, definita dalle due aziende un progetto di ricerca “first-of-its-kind”, punta a far sì che i motori di ricerca basati sull’intelligenza artificiale scoprano e indicizzino i contenuti del web aperto in modo più efficace, usando i segnali raccolti dalla rete globale di Cloudflare — quella dietro cui, come rivendica l’azienda stessa, siede più del 20% del web. Il pilota, spiegano Cloudflare e OpenAI, si concentra in particolare sul migliorare l’accuratezza e la tempestività delle risposte fornite dai sistemi AI. Detta così suona come un’operazione di efficienza tecnica: meno sprechi, risposte più fresche, un servizio migliore per chi usa ChatGPT. Nick Ryder, VP of Research di OpenAI, lo ha messo in questi termini: informazioni aggiornate sono importanti per fornire risposte accurate a chi utilizza ChatGPT. Difficile dargli torto, in astratto. Ma questa efficienza ha un rovescio scomodo da ignorare: Cloudflare non è nuova a bloccare proprio ciò che oggi dice di voler accelerare.
Il doppio gioco di Cloudflare
Dietro la retorica della ricerca più accurata, si cela una realtà scomoda. Cloudflare ha costruito parte della sua reputazione — e del suo business — proprio bloccando i crawler AI che raschiavano i siti dei suoi clienti senza permesso: la sua storia di blocco dei crawler è nota agli addetti ai lavori. Ora la stessa azienda, secondo la ricostruzione di un’analisi che ha ripreso l’annuncio, siede su entrambi i lati del confine: vende gli strumenti per bloccare i crawler, e allo stesso tempo testa l’infrastruttura per alimentarli. Non è un dettaglio da poco. È il cuore di un conflitto di interessi che nessuno, nell’annuncio ufficiale, ha ritenuto necessario affrontare.
Cloudflare, del resto, non ha atteso la falsa modestia: ha già fissato una scadenza del 15 settembre 2026, entro la quale le aziende di intelligenza artificiale dovranno separare i crawler dedicati alla ricerca da quelli usati per l’addestramento dei modelli. Una regola che, sulla carta, dovrebbe proteggere gli editori dando loro la possibilità di negoziare compensi diversi per usi diversi dei propri contenuti. Ma se Cloudflare è al tempo stesso l’arbitro che fissa le regole e il fornitore che vende l’accesso privilegiato a OpenAI, chi controlla davvero chi? E mentre i confini tra addestramento e ricerca si confondono nei sistemi tecnici prima ancora che nei contratti, la domanda diventa inevitabile: quanto di questa “ricerca più intelligente” — per usare le parole con cui Cloudflare stessa ha presentato il proprio progetto pilota — è davvero al servizio degli utenti, e quanto invece serve a rendere più fluido, e meno contestabile, il flusso di dati verso i modelli linguistici?
Chi controllerà l’ultimo miglio?
L’80% dell’attività dei bot AI serve ad addestrare, non a cercare: secondo i dati diffusi da Cloudflare, l’addestramento guida ormai quasi l’80% del traffico dei bot AI, in crescita rispetto al 72% registrato l’anno precedente. È un dettaglio che ridimensiona parecchio la narrazione della “ricerca più accurata”: la stragrande maggioranza del traffico bot che attraversa l’infrastruttura di Cloudflare non sta rispondendo a una domanda dell’utente in tempo reale, sta nutrendo modelli che verranno addestrati altrove, in altri momenti, per altri scopi. A peggiorare il quadro, Cloudflare stessa ammette che più del 50% del traffico di crawling generato dai “bot buoni” viene sprecato per recuperare pagine che non sono nemmeno cambiate — uno spreco che il nuovo pilota promette di ridurre, ma che intanto certifica quanto il sistema attuale sia inefficiente e opaco. Con oltre un quinto del web che passa dai server di Cloudflare, con una scadenza regolatoria fissata dalla stessa azienda che ora fa da ponte per OpenAI, e con i bot che hanno definitivamente superato gli umani nel traffico reale, la domanda su chi decida cosa sia visibile online — e a chi — non è più teorica.
Quando l’infrastruttura che dovrebbe proteggere il web diventa il cancello di accesso per chi lo estrae, l’idea stessa di un web aperto rischia di restare solo un ricordo. E nessuna regolamentazione, né europea né americana, sembra oggi in grado di intervenire su questo terreno. Sei ancora tu a decidere cosa leggere, o è già stato deciso per te, da un accordo commerciale tra chi vende protezione e chi compra dati?