Ask.com ha chiuso i server
Ask.com ha chiuso i server il 1° maggio 2026, mentre OpenAI ha lanciato annunci pubblicitari su ChatGPT, segnando il passaggio dall'era dei motori di ricerca a quella dell'IA.
La chiusura del motore di ricerca storico coincide con l’arrivo della pubblicità nei dialoghi con l’intelligenza artificiale
Immagina di essere nel 1998: accendi il modem con quel suono inconfondibile, apri il browser e digiti una domanda su Ask Jeeves. Un maggiordomo virtuale ti risponde con un link. Semplice, quasi poetico. Oggi, nel 2026, quel maggiordomo ha smesso di lavorare. Secondo quanto riportato da Seroundtable, la testata specializzata in search marketing, nella stessa settimana in cui Ask.com ha spento definitivamente i suoi server, OpenAI ha lanciato il suo ChatGPT Ad Manager — uno strumento per vendere pubblicità direttamente dentro le conversazioni con l’intelligenza artificiale. Non è una coincidenza: è la fotografia perfetta di un’epoca che finisce e di un’altra che comincia.
Addio a un’icona: Ask.com chiude i battenti
Ask.com non è scomparsa all’improvviso. La storia è lunga quasi trent’anni: fondato nel 1996 da Garrett Gruener e David Warthen come Ask Jeeves, il motore di ricerca con il maggiordomo era già in crisi già nel 2010, quando aveva chiuso il suo motore di ricerca interno, lasciando a casa 130 ingegneri del settore. Da allora aveva vissuto una lenta agonia, fino alla chiusura ufficiale avvenuta il 1° maggio 2026. A deciderlo è stata IAC, la holding che controllava il servizio: «Continuando a concentrare la nostra attenzione», si legge nel comunicato sul sito di Ask.com, «abbiamo deciso di dismettere la nostra attività di ricerca, che include Ask.com». Trenta anni di storia, liquidati in un paragrafo.
C’è qualcosa di malinconico in questo addio, ma anche di inevitabile. Ask.com non è caduta per un errore specifico: è semplicemente rimasta indietro mentre Google ridisegnava il concetto stesso di ricerca. E ora, nel 2026, non è nemmeno Google il vero protagonista. Mentre una porta si chiude, un’altra si apre — e questa volta ci sono gli annunci pubblicitari dell’intelligenza artificiale.
La nuova frontiera: gli annunci pubblicitari di ChatGPT
E mentre Ask.com spegne i server, OpenAI accende i motori pubblicitari di ChatGPT. I numeri dicono molto. Secondo il comunicato ufficiale di OpenAI, i primi risultati del programma pilota avviato negli Stati Uniti sono incoraggianti: nessun impatto negativo sulle metriche di fiducia dei consumatori, bassi tassi di rifiuto degli annunci e un miglioramento continuo nella pertinenza delle pubblicità mostrate. In altri termini: le persone non sembrano infastidite dalla pubblicità dentro ChatGPT, almeno per ora. E OpenAI ha già annunciato l’espansione del programma in Regno Unito, Messico, Brasile, Giappone e Corea del Sud nelle prossime settimane.
Come funziona concretamente? L’idea è che gli annunci appaiano all’interno delle risposte di ChatGPT, integrati nella conversazione. Non banner invasivi, non pop-up: pubblicità contestuale, pensata per sembrare parte naturale del dialogo. Se chiedi a ChatGPT come arredare il tuo salotto, potrebbe suggerirti un divano — e quella risposta potrebbe essere, in parte, sponsorizzata. Il confine tra informazione e advertising diventa sottile. Molto sottile.
Ma se l’IA sa tutto di noi per mostrarci annunci sempre più pertinenti, chi garantisce che non diventi una scatola nera?
Scatole nere e miliardi di utenti: il dilemma dell’IA
Google ammette apertamente che i suoi sistemi di intelligenza artificiale tendono a essere una scatola nera, difficile da interpretare e da correggere quando qualcosa va storto. È una confessione significativa da parte di una delle aziende più tecnologicamente avanzate al mondo: costruiamo sistemi che non capiamo del tutto. Bing, dal canto suo, ha sentito il bisogno di precisare una cosa apparentemente ovvia: il suo miliardo di utenti attivi mensili sono esseri umani, non bot. Il fatto che questa dichiarazione venga fatta nel 2026 suggerisce che il confine tra traffico umano e automatizzato sia diventato abbastanza sfumato da richiedere una smentita esplicita.
Questo scenario solleva una domanda concreta: cosa significa per noi, utenti comuni, sapere che le nostre conversazioni con un’intelligenza artificiale possono essere utilizzate per mostrarci pubblicità sempre più profilate? L’IA non funziona come un motore di ricerca tradizionale, dove digiti una parola chiave e ottieni una lista di link. L’IA dialoga, memorizza il contesto, impara dal tono delle domande. Ogni volta che chiediamo qualcosa a ChatGPT, stiamo costruendo un profilo — un ritratto di noi stessi fatto di curiosità, dubbi, progetti, paure. E questo profilo ha un valore commerciale enorme.
Il paradosso è che proprio questa intimità — quella che rende l’IA così utile e convincente — è anche ciò che la rende potenzialmente invasiva dal punto di vista pubblicitario. Un banner su un sito web ti distrae, ma lo riconosci per quello che è. Un annuncio integrato nella risposta di un assistente intelligente che sembra capire i tuoi bisogni è un’altra cosa. È più difficile da riconoscere, più difficile da rifiutare psicologicamente. E più difficile da regolamentare, perché nessuna legge esistente è stata pensata per questo tipo di interazione.
La scomparsa di Ask.com non è solo nostalgia: è il simbolo di un passaggio epocale. Il motore di ricerca sta diventando un assistente personale che conosce i nostri desideri prima che li esprimiamo. Google, Bing e OpenAI si stanno muovendo nella stessa direzione, ognuno con le proprie architetture, ognuno con le proprie opacità. Sta a noi decidere se fidarci di questi nuovi interlocutori — o se chiedere, come faceva Jeeves, «Posso aiutarti?» — con la consapevolezza che la risposta potrebbe arrivare già confezionata sotto forma di un annuncio iper-personalizzato.