Meta cresce del 28% ma la cassa è crollata

Meta cresce del 28% ma la cassa è crollata

Meta aumenta i ricavi del 28% ma il free cash flow crolla a 784 milioni. Spese AI e rischio processo da 1,4 trilioni di dollari.

I ricavi crescono ma il free cash flow crolla a 784 milioni: la colpa è della spesa record per l’infrastruttura

I numeri, presi da soli, raccontano una storia di trionfo. Nel secondo trimestre del 2026 i ricavi di Meta sono saliti a 60,80 miliardi di dollari, il 28% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La famiglia di app dell’azienda — Facebook, Instagram, WhatsApp — ha toccato una media di 3,60 miliardi di persone attive ogni giorno a giugno, il 3% in più su base annua. Sono cifre che, in un mondo normale, basterebbero a chiudere la conversazione: Meta va benissimo, punto.

Ma il mondo di Meta, nell’estate del 2026, non è normale. Perché mentre i ricavi crescevano, il denaro liquido generato dall’azienda è collassato: il free cash flow è precipitato a 784 milioni di dollari, contro gli 8,55 miliardi dello stesso trimestre di un anno prima. Non un calo, un crollo: un decimo di quanto l’azienda produceva prima. Come si concilia un aumento dei ricavi a doppia cifra con una liquidità ridotta quasi a zero? La risposta, come spesso accade quando le grandi aziende tech promettono il futuro, sta nella voce spese.

La trappola della spesa infinita: l’AI che divora i profitti

La voragine ha un nome, ed è quello che tutta la Silicon Valley ripete da mesi: infrastruttura AI. Le spese totali di Meta nel trimestre sono aumentate del 55% su base annua, arrivando a 42,03 miliardi di dollari. Dentro quella cifra ci sono anche 2,40 miliardi di oneri legali e 1,18 miliardi legati ai licenziamenti di maggio 2026, ma il grosso dell’aumento racconta un’altra storia: quella di un’azienda che sta costruendo, a ritmi mai visti, data center e capacità di calcolo per non restare indietro nella corsa all’intelligenza artificiale. Meta ha ristretto la sua guidance sulle spese in conto capitale per l’intero anno a un intervallo tra 130 e 145 miliardi di dollari — poco sopra il precedente range di 125-145 miliardi, ma pur sempre una cifra che fa impallidire i bilanci di qualunque azienda non tecnologica al mondo.

E qui viene la domanda scomoda: perché continuare a spendere così tanto, così in fretta, se il ritorno economico immediato è questo prosciugamento di cassa? La risposta ufficiale, quella che Zuckerberg ripete da trimestri, è che chi arriva secondo nella corsa ai modelli e all’infrastruttura AI rischia di non contare più nulla nel giro di pochi anni. Ma è una scommessa, non una certezza — e Meta non è sola in questa scommessa. Amazon ha pianificato una spesa in conto capitale tra 200 e 207 miliardi di dollari, quasi il doppio di Meta, e il suo debito a lungo termine è balzato dell’81% a 119 miliardi di dollari tra la fine di dicembre e la fine di marzo. Alphabet, storicamente la macchina da soldi per eccellenza della tech, ha visto il proprio debito a lungo termine crescere del 111% a 98 miliardi nei primi sei mesi del 2026, ed è diventata cash flow negativo nel secondo trimestre per la prima volta nella sua storia.

Il quadro che emerge non è quello di un’azienda in difficoltà rispetto ai concorrenti, ma di un settore intero intrappolato nella stessa dinamica: tutti i grandi nomi del cloud e dell’AI — Meta, Amazon, Alphabet, e sullo sfondo OpenAI e Anthropic con cui competono per talenti e capacità di calcolo — si stanno indebitando e bruciando cassa per non restare fuori da una partita il cui esito nessuno può ancora prevedere. È una guerra di logoramento in cui vince, forse, solo chi resiste più a lungo. Ma resistere costa, e i regolatori — dagli antitrust alle autorità sulla privacy che già monitorano da anni le pratiche dati di Meta — osservano con crescente attenzione un settore che sta ridisegnando bilanci interi attorno a una tecnologia il cui ritorno sull’investimento resta, nella migliore delle ipotesi, ipotetico. Eppure la minaccia più grande per Meta, in queste settimane, non arriva dai fogli Excel né dagli analisti di Wall Street. Arriva da un’aula di tribunale.

Il vero conto: 1.400 miliardi di dollari in tribunale

Ad agosto 2026 Meta affronterà un processo che, sulla carta, potrebbe rendere irrilevante ogni discussione sui margini trimestrali. Quattro stati americani chiedono all’azienda 1,4 trilioni di dollari di sanzioni in una causa relativa alla sicurezza dei minori sulle sue piattaforme — una cifra che, per dare un’idea, supera di gran lunga l’intera capitalizzazione di mercato di molte aziende Fortune 500 e che renderebbe insignificante persino il piano di spesa in conto capitale da 145 miliardi previsto per l’AI. I 2,40 miliardi di oneri legali già contabilizzati in questo trimestre sono probabilmente solo l’antipasto di quello che potrebbe arrivare.

Non è un dettaglio da nota a piè di pagina: è la variabile che potrebbe far saltare ogni calcolo. Meta può permettersi di bruciare cassa per costruire data center scommettendo su un ritorno futuro, ma può permettersi anche una sanzione di quella portata? Nessuno, in azienda, lo dice ad alta voce.

Mentre il mercato guarda alle previsioni ottimistiche per il terzo trimestre — ricavi attesi tra 61 e 64 miliardi di dollari — e Meta continua a tagliare personale, con un organico sceso a 75.472 dipendenti al 30 giugno, in calo dell’1% su base annua nonostante la spesa monstre in infrastrutture, resta sul tavolo una domanda che nessun comunicato stampa può liquidare: quanto vale davvero una corsa agli armamenti tecnologici se il campo di battaglia rischia di essere ridisegnato, o azzerato, da una sentenza? Il processo di agosto non riguarda l’intelligenza artificiale, ma potrebbe pesare sul futuro di Meta molto più di qualunque data center in costruzione.

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